IV Novembre: troppo pochi a ricordare

Ricorrenza del IV Novembre: a novanta anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, sempre in meno a ricordare e ad onorare i caduti di tutte le guerre per l’Italia

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Ai caduti e dispersi di tutte le guerre:

Partirono forti
Come l’aria di questi monti
Nella loro umiltà alto il valore per la Patria
Pugnarono intrepidi
E cadendo eroicamente
Diedero a se alla città natia
Gloria perenne

P. Borselli

Più di cinquecento: sono i giovani borgotaresi, fatti soldato, che, nel secolo scorso, non sono mai tornati a casa, che sono morti, in qualche fronte lontano, a causa della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

Cinquecento vite spezzate, che si sono mescolate nell’orrore di sangue di 650.000 italiani caduti (da sommare a quasi altrettanti feriti o dispersi) nella “15-18” e di almeno un altro mezzo milione del secondo conflitto.

Il nostro cimitero ha un grande sacrario; i giardini pubblici, al loro centro, hanno un grande monumento, eretto tra le due “grandi” guerre; tutte le nostre frazioni, nessuna esclusa, sono costellate di decine di monumenti ai caduti: i nostri cognomi, i cognomi del “popolo”, abbinati quasi sempre a età da adolescenti, senza nessun grado, sono impressi su lastre di marmo, di ghisa, di pietra. Ogni tanto, spunta anche la reliquia bellica, ormai molto più che arrugginita. Li accompagnano tante parole, che oggi, alla prova dei fatti, suonano inutilmente piene di retorica; li ricordano così: tutti eroi, tutti impavidi, tutti arditi.

La storia, ci dice, molto spesso, che in fondo erano solo inconsapevole carne da macello, giovani sacrifici, allevati docilmente e inconsapevolmente nella solita montagna. Giovani che hanno servito la nostra Nazione. Un copione che é stato recitato, più o meno nello stesso modo, in tutta l’Europa.

Eppure, oggi, nel 2008, nella novantesima ricorrenza della fine di quel macello, che viene definito come Prima Guerra Mondiale, la loro memoria, il loro sacrificio, le loro gioventù spezzate, sono, consentitemi il termine, sempre più profanate. Li stiamo uccidendo ancora, per una seconda volta.

In questi momenti solenni, che dovrebbero essere di memoria e di dolore collettivo, che dovrebbero rinnovare un valore comune, che dovrebbero rinvigorire un’identità di nazione, a prescindere dagli schieramenti, finisce che c’è sempre meno gente; come ieri, davanti al monumento ai caduti, nei giardini, guarda un po’, intitolati al IV Novembre. Poca gente, tutto si svolge con una certa concitazione, con una certa voglia di tornare a casa in fretta; ad esclusione dei soliti generosi Alpini, dalla memoria lunga e dalla volontà ferrea; mai vista così poca presenza di pubblico, come quest’anno.

Nessun funzionario pubblico di alto rango, nessun docente, nessuno studioso che ha (o forse bisognerebbe dire avrebbe) giurato fedeltà allo Stato, ed è diventato un suo comodo dipendente; nessuno di quelli che si sono fatti una bella posizione, che hanno una vita comoda, grazie ad uno Stato nato anche sul sangue di questi caduti, a questo punto, quasi dimenticati, quasi scomodi.

Pochi politici, nessuno di una certa area: come se i morti, le sofferenze, fossero di parte. Da un lato i nostri ministri, a Roma che, cercano di ridare, giustamente, un senso a questa ricorrenza, dall’altro, qui, a Borgotaro, i loro rappresentanti locali che, evidentemente, erano da qualche altra parte; magari a due passi, a prendere un aperitivo, al caldo.

Quanta differenza, con il freddo mortale di una trincea sulle Alpi, di novant’anni fa.

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